LO YOGA? IMMOBILE E SILENZIOSO...


Non è mai facile dire che “tipo di yoga” proponiamo allo Spazio Shanti: sì, dinamico, ma al tempo stesso votato all’immobilità. Sì, utilizziamo i suoni (mantra) eppure la finalità è il silenzio. Siamo antichi, nel senso di fedeltà a una tradizione - quella ultramillenaria dello yoga - ma ci piace fare incursione nel mondo della scienza, dalla fisica alla neuro-fisiologia. Quando provi a spiegare al telefono “il nostro yoga” le cose si complicano. Dici che la pratica fisica costituisce la base, il punto di partenza, del resto il corpo materiale è il veicolo che ci è stato affidato per muoverci efficacemente nello spazio-tempo ordinario. Poi provi a introdurre il concetto di respiro-energia, e qui le cose divengono astruse poiché oggi il respiro è il Grande Sconosciuto, figuriamoci l’inafferrabile prana che gli indiani associano al respiro. E più astruse ancora quando dal piano della mente senso-motoria ci si addentra in ciò che viene dopo come piano intuitivo e quindi (finalmente!) come piano di beatitudine. Difficile far convivere l’idea di un essere umano attivo-contemplativo, a cui piace sentire il corpo, il suo movimento intelligente, e contemporaneamente il silenzio del corpo, la sua immobilità, e infine il silenzio della mente come equidistanza dal flusso dei pensieri che realizziamo in meditazione. Viviamo una realtà fatta di estremizzazioni, quindi se sei un tipo “dinamico” non concedi spazio alla riflessione, ti piace sentire il corpo, magari riflettere sul rapporto che intrattieni col corpo, ma poi comunque “devi muoverti”, l’immobilità è un optional che contempli una tantum. Mentre se sei un riflessivo è facile che il corpo ti sia d’ingombro. Sì, comprendi che si tratta della base materiale da cui spicchi il volo contemplativo, ma vedi da subito l’immobilità come orizzonte della tua elaborazione intellettuale. Tempi duri per gli eclettici, insomma. L’altro giorno ho incontrato un’amica alla fermata del metrò - linea gialla - una aikidoka che ama rotolarsi intelligentemente sul tatami (l’aikido è del resto un’arte marziale bellissima, per gente sveglia) e quando ho provato a spiegarle come fosse il “nostro yoga” mi ha quasi interrotto per esclamare, costernata: “Ma… ci si muove?”. Eravamo alla fermata di Porta Romana e mi sono guardato in giro: letteralmente circondati da un incessante movimento collettivo, un moto perpetuo di persone, cose, automobili, tram, suoni e gas di scarico. E mi sono tornate alla memoria le parole del maestro zen: “Non capisco perché devo muovermi”. Quindi l’ideale del meditatore sta nel realizzare di essere un punto immobile, il mozzo di una ruota-mondo che procede col suo moto inarrestabile, i cui raggi sono i sensi che siamo invitati a “risalire” verso quell’immobilità in grado di svelare la nostra essenza, quel che siamo davvero nell’istante presente. Il processo di riassorbimento della dispersione sensoriale può essere un processo dinamico, quindi il dinamismo non viene escluso dal “nostro yoga”, ma lo si utilizza per ritornare verso quel luogo originario da cui avviene la manifestazione incessante di spazio e tempo e in cui siamo invitati a restare testimoni del processo. Immobili, appunto. Oltre al piacere dell’immobilità, ce ne viene qualcosa? Ogni beneficio di cui la meditazione è prodiga per il sistema immunitario, il sistema nervoso, la digestione, la qualità del sonno, la chiarezza del pensiero, e tutte quelle cose fantastiche che ormai potete leggere ovunque, dai siti universitari alle pagine di costume dei quotidiani. Aggiungerei che se migliora la qualità dei pensieri, migliore l’espressione facciale. E se si rilassa la fronte, di conseguenza si rilassa la mente. E poi con la meditazione migliorano il tono della voce, lo sguardo, la gestualità. Si ascolta meglio e si comprende di più. Alla fine della giornata si contemplano gli eventi appena trascorsi e si prova una gratitudine profonda per il dono ricevuto. Il dono di un altro giorno. Il dono del respiro. Un altro giorno di respiro, un altro giorno di battito cardiaco. E viene voglia di ricominciare a respirare, a sentire il cuore, a emozionarsi per la grazia e la bellezza in cui ci imbattiamo in ogni istante, a meravigliarsi per essere al centro di un universo che cospira per renderci felici. Viene voglia di tornare a “muoversi” certo, di tornare a rimettersi in cammino, ma sapendo finalmente dove andare. Verso l’immobilità. Perché, oltre il piacere dell’immobilità, c’è altro?

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