I TRE VELENI PRIMA DEL VIRUS


Pare che il problema possa essere nato dall’alta promiscuità fra uomini e animali, in un mercato affollato o altrove. Oppure che il problema discenda dai pipistrelli e da chi se li mangia. Si dice poi che il problema sia stato originato dalla fuga di un letale organismo vivente da un laboratorio di ricerche militari in Cina finanziato coi dollari americani, o da chissà quale luogo finanziato da chissà quale moneta. Tutto questo affaccendare la mente sul “problema” corre il rischio di farci dimenticare il “problema dei problemi”. Perché la soluzione non è continuare ad agitare il turibolo dell’apocalisse con i suoi fumi mediatici in un delirio socio-sanitario che non ha eguali nella storia, e non è nemmeno la negazione del problema, o una via mediana tra “negazionismo” e “affermazionismo”: la soluzione sta nell'uscita dall'ignoranza, dall’attaccamento, dalle catene che l’egoismo e il senso di possesso hanno trasformato in nebbia fitta nella nostra mente di umani al capolinea del tempo.


Ignoranza, attaccamento e avversione sono i tre veleni posti dal buddhismo al centro della Ruota del Divenire: è la mancata comprensione della nostra vera natura, l’ignoranza verso la natura del Sé, che mette in moto la Ruota del Divenire producendo attaccamento a tutto ciò che è “io/me/mio", e avversione verso tutto quel che minaccia “io/me/mio”. I tre veleni sono raffigurati internamente al mozzo della ruota con tre animali che si mordono la coda vicendevolmente: il maiale (l’ignoranza), il pavone (l’attaccamento), il serpente (l’avversione). Nella filosofia legata allo yoga si indicano cinque afflizioni: oltre ai tre veleni compaiono l’egoità, una sorta di “senso dell’io sono”, e - molto interessante - una quinta afflizione chiamata “abhinivesha”, che il maestro indiano Swami Veda Bharati traduceva con la frase “possa io non cessare di esistere”.


È sorprendente constatare quanta energia sprechiamo nel resistere al dato di fatto della nostra finitezza, come fossimo detentori - assieme ai sacrosanti diritti civili - di un inalienabile “diritto all’immortalità” da far valere sulla natura intera, sulla vita delle acque, dell’aria, degli alberi e degli altri animali. Ci arrampichiamo sullo specchio di questa ridicola prerogativa solo per scivolare giù verso la condizione di esseri biologici limitati nello spazio e nel tempo, e per poi ritrovarci così, inermi e aggressivi verso tutto il creato. Se una minaccia si profila verso la nostra specie, il rischio che siamo disponibili a correre è quello di essere più violenti verso la natura, di inquinare di più, di consumare di più per sopperire a una auto-inflitta depressione e per, in definitiva, coltivare l’idea di poterci salvare le penne (mentre le leviamo a qualche altra specie).


“Possa io non cessare di esistere” è la roboante dichiarazione di indipendenza dalla morte che iniziamo a emettere col primo vagito e reiteriamo a ogni respiro. Per quale motivo il ricevere un corpo fisico debba accompagnarsi a una idea di non-restituzione è un mistero eccellentissimo sul quale converrebbe riflettere a fondo. Lo stesso respiro è un ricevere e un restituire: si riceve l’inspirazione e si restituisce l’espirazione. Anzi, nella pratica dello yoga si insegna proprio a enfatizzare l’espirazione, a restituire piuttosto che a prendere. Ed è interessante notare come l’espirazione sia legata all’attivazione del sistema nervoso parasimpatico e alla risposta di rilassamento. E potremmo notare ancora come l’inspirazione stimoli viceversa il ramo nervoso ortosimpatico, legato all’attivazione della reazione di “lotta o fuga”, a un senso di vigilanza attiva che - se incontrollato - si trasforma in agitazione.


Il fatto innegabile è che l’intera civiltà umana ha dimenticato come si respira. Siamo gli aggressivi conquistadores dei mercati mondiali del nulla metafisico, ma il respiro è assente, il diaframma congelato, l’area fra ombelico e sterno marmorizzata. Così malridotti siamo incatenati a una febbrile inspirazione, al prendere e al non sapere come lasciare andare. Impegnati ad accumulare a spese dell’altro - vicino o lontano non fa differenza - abbiamo dimenticato l’espirazione! Vittime del “capitalismo energetico” - una brutta malattia dell’anima - abbiamo dimenticato come si restituisce. Eppure, al termine dell’ultimo giro di giostra, proprio questo dovremo fare, lasciare il seggiolino a un altro cliente.


“Possa io non cessare di esistere” e possa il mio corpo durare per l’eternità. Ecco il dilemma. La baldanzosa deificazione del corpo a cui assistiamo è in relazione a un equivoco fondamentale: pensiamo di essere dotati di pensiero - qualcuno di noi pensa persino di essere dotato di un elevato pensiero - ma la verità sorprendente, difficile da accettare, è che in realtà siamo solo dotati di un corpo. Pensiamo col corpo, poiché il cervello è il corpo, e persino la mente è il corpo. Nello yoga si afferma che la mente, per quanto sottile, è ancora parte del mondo materiale: è il corpo. Certo esiste in ogni essere una aderenza ai mondi spirituali, una sorta di punto di accesso al trascendente, ma quella soglia non la si oltrepassa agitando un pensiero, per quanto sublime. Ci vuole la pratica. Il pensiero sublime deve essere “acceso” dalla pratica. Diremmo nel linguaggio dello yoga che occorre “tapas”: occorre infuocarsi, generare una forte passione per le cose ultime, occorre innamorarsi dello spirito e poi applicarsi nel silenzio e nell’immobilità, trasformare il fuoco in luce.


Pensiamo di essere molto evoluti perché se ci viene voglia - se al corpo viene voglia - di un gelato, invece di aggredire con la clava il gelataio paghiamo la coppetta con l’applicazione Stripe. Ma fondamentalmente non siamo molto distanti dal cavernicolo, solo qualche bit più in là. Le ragioni di questa contiguità con l’era della pietra stanno proprio nell’evitare il solo salto evolutivo che permetterebbe alla nostra specie di comprendere finalmente il punto unico nella trama e ordito del creato. E di divenire cittadini del “kosmos”, dell’ordine universale: realizzare che non siamo il corpo e che non siamo la mente. Che se corpo e mente vanno in giro per il mondo a combinare guai, la nostra unica speranza è l’anima immortale, una super-coscienza che emerga dalla comunione con l’intera natura. Siamo chiamati a rendere con onore la materia alla materia e a immaginare un altro cielo, e sotto quel cielo un’altra terra. Siamo chiamati a smaterializzarci, a trasformare il complesso corpo-mente in fattore di armoniosa coesistenza con tutto ciò che vive e respira. I tempi ci chiedono di elevare la materia di cui siamo costituiti per realizzare la Natura di Buddha che trascende ignoranza, attaccamento e avversione. È una chiamata collettiva a dimenticare quel che si può dimenticare - le contraddizioni del mondo materiale - e a ricordare quel che occorre ricordare: lo spirito trascendente che avvolge tutte le cose e le rende nobili. E che ora chiama con una voce sola.


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