Lo Sciamano, l'Illuminato e il 25 dicembre


Quando consideriamo l’evento del Natale dalla prospettiva della pratica di meditazione, entriamo in una relazione col divino che è strettamente connessa ai quattro stati di coscienza della vita umana: la veglia, il sogno, il sonno profondo (senza sogni) e un quarto stato senza nome, definito concisamente come “il quarto”. Swami Rama diceva che il nostro percorso interiore è segnato da quattro tappe in cui si passa da un Dio personale a un Dio intimo, per poi fare esperienza di un Dio universale e quindi sfociare oltre, nel senza nome e senza forma. Pou. E la nostra vita sembra una partita a tennis fra queste due formidabili atlete - Morte e Abitudine - mentre noi siamo la pallina. Braccati dalla morte, rimbalziamo verso l’abitudine. Piuttosto che prendere rifugio nel Buddha, con tutte le complicazioni che l’atto comporterebbe, meglio rifugiarsi nell’abitudine! Un ricovero che dura poco, purtroppo: a tempo debito dovremo di nuovo rimbalzare verso la morte e ci ritroveremo in un’altra vita a fare i conti con la nostra inossidabile abitudine poiché quel che siamo stati prosegue oltre le apparenti barriere dello spazio e del tempo.


Vale la pena di chiarire che qui non si parla solo di morte del corpo fisico, ma anche di tutte le morti che saremmo chiamati ad attraversare morendo al nostro ego, alla disperazione e alla irritazione egoica. Morti che sono finalmente realizzabili nell’avvicinamento del Natale. È possibile morire così proprio perché si è appena nati nella forza e nell’entusiasmo: la vita preme da dentro e invita a spiccare il balzo, e allora si rinasce nella luce, attraversando il solstizio d’inverno, la notte della grande trasformazione, la notte del natale dell’anima, per risplendere pienamente dentro il nuovo anno.


E tuttavia dovremmo spezzare una lancia anche in favore della morte biologica. La morte del corpo fisico potrebbe essere vista come una caritatevole ricapitolatrice della nostra vicenda esistenziale: quando scade il tempo concesso per scoprire la via d’uscita dalla ristrettezza umana, quando è evidente che non siamo più capaci di morire in modo graduale a tutte le nostre paure, allora si muore sul piano fisico. È come se il tanto temuto evento finale fosse invero un atto di carità che azzera tutti i tentativi - efficaci o maldestri - di evolvere verso una forma completa di essere umano. Così muore bene chi è stato abile e ha realizzato pienamente la propria umanità come dono condiviso. Muore male chi è rimasto aggrappato alla meschinità e al dolore auto-inflitto generando dolore negli altri. Ecco perché si passano in meditazione lunghe ore del meraviglioso dono che è la vita: per prepararsi alla morte. Alla buona morte. Certamente la pratica migliora tutti gli aspetti dell’esistenza, rende più lucidi, accoglienti, empatici. Ma bene al di là delle finalizzazioni mondane occorre sempre ricordare quel che viene dopo: quando seduti in meditazione la testa batte sul soffitto dell’incarnazione, allora si desidera passare oltre, e il soffitto di questa vita è il pavimento della prossima. È così che si rinasce. È cosi che ci si ritrova per celebrare il Natale.


Di fondo la meditazione traccia un lungo cammino che trova il suo completamente nello spazio del cuore. Il nostro cuore prende a battere con la nascita fisica, e si dice che il battito fetale sia già udibile a 16 giorni dal concepimento, ma per la vera nascita del cuore, per la nascita spirituale, occorre più tempo, occorre risvegliarsi un bel giorno e realizzare che il Natale ci ha sorpresi in un battito di campane interiori, nella risonanza ancora più intima della preghiera yoghica che costantemente ripete il mantra Om, con ogni respiro. Ed è un lungo cammino di abbandono, e a ogni passo si è chiamati a lasciare andare quel tratto di strada appena percorso. Non si accumula nulla, né distanza, né cose, né futili ricordi, solo buone memorie utili a proseguire. È ancora Don Juan a parlare:


“Per me esiste solo il cammino lungo sentieri che hanno un cuore, lungo qualsiasi sentiero che abbia un cuore. Lungo questo io cammino e la sola prova che conta è attraversarlo in tutta la sua lunghezza. E qui io cammino guardando, guardando senza fiato”.


In quell’atto di guardare "senza fiato”, forse lo sciamano allude allo sviluppo di una saggezza che consente di transitare consapevolmente verso un altro stato dell’essere che per ignoranza e paura chiamiamo morte. Forse davvero la saggezza aiuta a morire in modi che sono un lasciare andare, un dissolvere delicatamente i legami. Sospetto che sia così, ma non posso scrivere una recensione della buona morte: benché sia morto molte volte, non ne ricordo nemmeno una. E proprio da qui viene la paura, dalla mancanza di memoria di tutte le volte precedenti. La morte in sé sarebbe un alleggerirsi e un dissolversi luminosamente entro una dimensione più vasta in cui ci sentiamo sollevati, leggeri, persino gioiosi, un istante di sospensione verso una felicità indescrivibile. Fosco Maraini raccontava dell’incontro con un lama tibetano al quale aveva confessato la sua paura di morire. Il lama era sbottato a ridere: “Kukpa (sciocco)! Con tutte le volte che sei morto!”.


Potremmo chiamare la scienza in soccorso alla nostra debole intuizione. Sembra che in punto di morte, ma anche durante la nascita e negli stati di pre-morte, la ghiandola pineale collocata nel cervello produca grandi quantità di DMT - la dimetiltriptammina, un sostanza psicoattiva simile all’acido lisergico, il famoso o famigerato LSD. La DMT è capace di generare in chi l’assume esperienze mentali estatiche, di unione con la totalità e di coscienza universale, e forse per questo è stata soprannominata la “molecola di Dio”. Se è vero che la DMT è presente in grandi quantità nel nostro cervello durante gli eventi di nascita e morte, allora possiamo ben dire che ha il potere di mettere assieme Natale e Capodanno! E inoltre il cervello continuerebbe a produrre DMT per 48 ore dopo la morte. Se così davvero fosse, allora avrebbe ragione il lama: invece di costituire un evento temibile e doloroso la morte sarebbe in realtà uno sballo! “Kukpa, sciocco! Con tutte le volte che sei morto!”. E, aggiungerei, con tutte le volte che sei nato e che ti hanno detto... Buon Natale!


“Le strade sono tutte uguali: non portano da nessuna parte. Alcune attraversano la boscaglia e vi si addentrano. Posso dire di aver percorso strade molto lunghe nella mia vita, ma non sono mai arrivato da nessuna parte. Questa strada ha un cuore? Se ce l'ha, è la strada giusta; se non ce l'ha, è inutile. Una rende il viaggio felice, e finché la seguirai sarete una cosa sola. L'altra ti farà maledire la vita. Una ti fa sentire forte, l'altra ti indebolisce.“ (Don Juan)


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