RIMANERE CONNESSI (IN UN MONDO COSI'...)

17/10/2016

Qualche settimana fa è passato allo Spazio Shanti Swami Ritavan Bharati che ha tenuto un discorso molto stimolante sul valore della meditazione. Ha utilizzato la metafora dello staccare la spina dal mondo fenomenico, dal caos quotidiano, e dell'attaccare la spina per riconnettersi a quel serbatoio di energia universale e di ispirazione che è la vera definizione del processo meditativo. Si "fa" meditazione sostanzialmente per questo, per trovare in noi stessi uno spazio di connessione che ci permetta di far defluire all'esterno del sistema vitale tutto ciò che può essere rilasciato in termini di pensieri ripetitivi, emozioni negative, schemi di comportamento automatici. La nostra relazione con il mondo muta radicalmente se non perdiamo la connessione. Succede spesso di sentirsi attaccati da fattori esterni e allora si pensa immediatamente di dover reagire, di restituire quanto ricevuto (magari con gli interessi). Così la nostra azione diviene sconnessa, ci muoviamo privi di grazia ed efficacia, come un pugile che ha appena subito un colpo e in un impeto di rabbia desideri restituirlo subito: all'improvviso dimentica la scherma di base, il coordinamento di corpo e respiro, l'eleganza dei colpi portati come se l'universo boxasse per lui. E' da dilettanti del ring, come della vita, farsi portare dall'emozione verso territori distanti da quella zona confortevole in cui siamo noi stessi, e la spina è attaccata, e nulla può disturbarci. Per evitare questa  deriva dovremmo estinguere completamente dal nostro lessico mentale espressione come "adesso te la faccio vedere io", "e dire che ti credevo un amico", "dopo tutto quello che ho fatto per te", espressioni che innescano reazioni scomposte pescando da schemi neurali che inneggiano alla guerra, al comportamento feroce, alla ritorsione. Non che occorra diventare innocui e indifesi come il serpente di quel racconto: era stato accettato come adepto di meditazione da un guru errante. Costui aveva insegnato al serpente, che aveva il vizio di terrorizzare gli abitanti di un villaggio, la via della pace interiore. Il serpente era diventato così bravo da non costituire più un pericolo per nessuno. Purtroppo per lui gli abitanti del villaggio si erano messi a ripagare anni di terrore subìto pestandolo e legnandolo a volontà. E il serpente aveva incassato fino a ridursi un cencio. Anni dopo il guru era passato ancora di lì e si aveva trovato il discepolo-serpente ridotto malissimo. Quando costui ebbe spiegato la situazione, il guru, scuotendo la testa rispose: "Ti avevo detto di non mordere più, non di non sibilare più". Si tratta quindi di modulare la risposta, utilizzando l'emozione appropriata alla situazione (rabbia, irritazione) ma senza farsi portare via, senza staccare la spina dal Grande Generatore per riattaccarla al mondo fenomenico e inseguire il "nemico" su territori che impoveriscono il nostro talento, ci sottraggono energie e ispirazione, e rendono chi risponde simile a chi attacca. Mi è capitato recentemente di ascoltare un discorso in cui Michelle Obama sintetizzava bene lo stato d'animo da tenere quando ci si sente attaccati da persone meschine: "Se loro scendono di livello, noi saliamo". Questo salire di livello implica un mantenimento della connessione, un volare alto che permette di osservare le cose del mondo per quel che sono: aggregazioni di energie estremamente volatili, sogni, immagini confuse, emozioni disarmoniche, fluttuazioni determinate da inconsapevolezza e da ignoranza. La meditazione ci insegna a non curarcene, a direzionare la barra interiore verso ciò che è sommamente bello e perciò sommamente buono. A dare il meglio di noi stessi evitando di scendere al livello della competizione rabbiosa e della ritorsione. Rimanere connessi, in un mondo così, significa rimanere se stessi, consapevoli di quello spazio interiore in cui ci collochiamo coscientemente per godere appieno del flusso di energia universale che è infinita, che nessuno potrà sottrarci perché si tratta di un pieno a cui non è possibile aggiungere nulla e nemmeno sottrarre nulla. Resta sempre pieno. Lì infiliamo la spina. E viste da lì, le miserie della vita ci fanno al massimo sorridere. 

 

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