VIAGGIARE NEL TEMPO, OLTRE IL TEMPO

15/11/2016

Talvolta nell’affrontare certi passaggi della nostra esistenza ci sentiamo a corto di ispirazione. A inquietarci può essere un problema ricorrente, una situazione ingarbugliata nella quale ci troviamo da tempo. In quei momenti sentiamo che servirebbe chiarezza, una visione alternativa. Allora può essere utile ampliare la visuale in senso spazio-temporale e tenere a mente chi siamo e da dove veniamo. Così vi invito a volgere un “breve" sguardo a 13,82 miliardi di anni fa (120 milioni più, 120 milioni meno, secondo i cosmologi): è l’anno di nascita dell’universo. A un certo momento, dentro una “singolarità” grossa come una palla da tennis si verificò una specie di poderoso botto primordiale, il Big Bang, e così da quella palla da tennis nacque l’universo che ancora oggi si espande e si raffredda per effetto di quella antica esplosione. Poi, se vi posizionate con la barra del tempo a 4,5 miliardi di anni fa, vedrete la nascita della Terra. Occorre immaginare una nebulosa di polvere interstellare da cui, per contrazione, nasce il nostro meraviglioso pianeta. Tralascio per semplicità una serie di passaggi (a un certo punto la Terra “partorisce” la Luna per via dell’impatto con un corpo celeste grosso come Marte, quindi ci piovono addosso certe comete ghiacciate ed ecco l’acqua). Da ciò consegue che quando diciamo di essere composti di polvere di stelle, non si tratta solo di una immagine poetica: il ferro nel sangue, il calcio nelle ossa, la cheratina nei capelli, vengono proprio dalle stelle. A parte idrogeno ed elio, l’intera tavola periodica degli elementi chimici abbiamo potuta compilarla grazie all’impatto che il nostro pianeta nel corso del tempo ha avuto con svariati corpi celesti.

 

LE STELLE, I NOSTRI PENSIERI

Quindi siamo composti di sostanza antica, antica come l'esplosione del Big Bang. Siamo materia che rimpasta costantemente se stessa, e non siamo più nuovi di un sasso del pleistocene, di una roccia levigata da millenni di acqua battente, dall'avvicendarsi delle ere e dal passare delle stagioni. Di più, secondo le filosofie che accolgono l’idea di rinascita, sono antichi anche i nostri pensieri, materia mentale che fluisce da un'esistenza all'altra e si ricombina adattandosi alle nuove condizioni esistenziali. In effetti nella nostra pratica arriva un istante in cui ci si chiede: da dove vengono questi pensieri? Chi li pensa? Da quale esistenza giungono fino a me, attraverso questa mente, nel nuovo spazio che il mio corpo abita, nel nuovo tempo che lo attraversa? Una domanda che potremmo porci riguarda inoltre il peso che ha il passato in questo fluire da una condizione all'altra, da una esistenza all’altra, e quanto tempo dedichiamo al passato, quanti giri di lancetta sul quadrante del tempo cronologico investiamo su cose o pensieri del passato. E dire “passato" in un contesto simile è già paradossale: nulla passa veramente se il pensiero si imprigiona in un tempo mentale che collassa su stesso, una sorta di ripetizione che costruisce una gabbia percettiva intorno al nostro corpo e alla nostra mente. Poi intrappoliamo anche il respiro, e i modelli di pensiero che offriamo a noi stessi sono impostati al senso di separazione, alla sfiducia, alla insofferenza e alla noia. Ci siamo mai chiesti quanto peso ha in un meccanismo simile l'infondere tanta attenzione nel passato? Siamo vittime di una identificazione della mente con strutture superate, generate dall'ignoranza, dal peso dell'ego, e tuttavia, in qualche modo misterioso, ancora attraenti, ancora persuasive. Realizziamo con chiarezza che non può che venircene sofferenza, ma non riusciamo a "staccare la spina" e così finiamo per alimentare un congegno che contiene la nostra stessa condanna. L'ego ci rende “speciali” anche nella sofferenza, sicché tendiamo a sviluppare a livello inconscio una paradossale dipendenza dalle situazioni che producono sofferenza, persino dalle malattie: non desideriamo staccarcene, forza dell'abitudine! 

 

CORRERE DAL PASSATO AL FUTURO

Mai davvero nel qui e ora, viviamo ordinariamente dispersi tra le cose passate e quelle a venire. Proiettiamo l’effetto di un passato insoddisfacente, magari solo perché non è più, verso le praterie dell’ipotetico futuro, ma così si ottiene solo terra bruciata. Sospetto che tutta la sofferenza nasca dal tempo, dall’esperienza soggettiva del tempo. Quando sopraggiunge con l’estasi della pratica meditativa il senso profondo di essere (dire "benessere" è appena sufficiente), sperimentiamo una beatitudine che trascende il tempo e proietta la coscienza in uno spazio metafisico colto nella sua totalità, qui e ora. Non viviamo più nella polarità delle condizioni, non conosciamo più in modo sequenziale (e quindi limitato), ma sentiamo profondamente in noi stessi l’interezza del fenomeno che chiamiamo vita. Trascendendo il dato biologico individuale, espandiamo la percezione dell’essere, conteniamo e contempliamo ogni cosa nella trama del vivente. Torniamo alle origini della manifestazione cosmica, come potessimo riavvolgere il nastro del Big Bang. E i pezzi della nostra vita vanno magicamente a posto.

 

RICONOSCERE L’UNO

La nostalgia dell’unità, del ritorno a un tutto indistinto, traccia nella mente del meditante una traiettoria che risale le ere, trapassa gli eoni, e cancellando il tempo accede a una condizione indifferenziata di immobilità e silenzio. Riconduce a quel che era, a quel che è, prima del botto cosmico. Credo che la meditazione ci alleni a questo, a tornare consapevolmente al punto zero, al campo del vuoto da cui possiamo ridisegnare la nostra vita, a trovare nell’istante presente la forza del silenzio, come anticipazione della grande forza che è la nostra stessa origine. La materia di cui siamo composti tornerà materia, come il corso di un fiume è destinato a raggiungere il mare. La nostra individualità verrà dispersa nella matrice originaria, poi faremo ritorno sotto altre forme a scorrere e a fluire lungo questa Terra. Eppure nel succedersi dei cicli intravediamo la possibilità di essere costantemente ispirati, di sciogliere nodi antichi, di procedere con chiarezza verso il futuro che ci attende e che cogliamo con meraviglia, grazie a una mente nuova. E la prossima volta che valuteremo un problema, fosse anche “il” problema della nostra vita, indossiamo gli occhiali cosmici e viaggiamo profondamente nel tempo: sentiremo di essere antichi, di essere la pienezza. Espandiamo la percezione dell’istante presente vivendolo con intensità. Ecco l’eterno. Rendiamoci permeabili all’attraversamento di quella vasta onda di energia che non conosce né inizio né fine, il grande respiro in cui possiamo tornare a respirare. Ecco l’infinito. E poi viene la gratitudine. Forza della meditazione! 

 

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